Ogni volta che entro in un ufficio direzionale – o peggio, che leggo i nomi dei board di certe aziende – mi viene un dubbio: ma abbiamo davvero bisogno di quel "maschio alfa" seduto sulla poltrona di pelle, o è solo che abbiamo paura di quello che accadrebbe se, al suo posto, ci fosse una donna?
Perché, diciamocelo chiaro, i dati non mentono. Mentre noi maschietti ci gingilliamo con la nostra presunta superiorità atavica, le donne italiane stanno studiando. E studiano più di noi. Si diplomano prima, si laureano con voti migliori e hanno una costanza che, nel mondo del lavoro reale, varrebbe oro. Eppure, arrivati al "soffitto di cristallo", il processo si inceppa.
L'Italia: un paese che spara ai propri talenti
Siamo in un paese che vive ancora in una bolla. Una cultura di fondo, diciamocelo senza troppi giri di parole, profondamente misogina. C’è questo retaggio arcaico, questa convinzione radicata che il comando sia una questione di cromosoma, non di competenza.
Funziona così:
Il maschio: Viene promosso per "potenziale", per la sua capacità di stare nel giro, per quel mix di arroganza e sicurezza che scambiamo per leadership.
La femmina: Deve dimostrare il triplo. Deve essere perfetta, preparata e, possibilmente, non troppo ambiziosa, altrimenti diventa "problematica".
È una gestione del potere da officina di cent'anni fa, solo con più climatizzatori e meno grasso sulle mani. Abbiamo aziende che perdono soldi e innovazione proprio perché, per mantenere lo status quo maschile, escludono metà dell'intelligenza disponibile sul mercato.
E se pensate che sia un'impressione, guardate i numeri. In Italia, le donne rappresentano quasi il 60% dei laureati. Mentre noi maschietti ci culliamo nel mito della leadership naturale, loro riempiono le aule universitarie, portano a casa voti più alti e chiudono il percorso di studi con una costanza che molti di noi si sognano. Nella fascia tra i 25 e i 34 anni, il divario è un abisso: abbiamo una generazione femminile che viaggia a una velocità doppia rispetto a quella maschile. Eppure, nonostante questi dati urlino al mondo che il talento è donna, quando si arriva ai piani alti, la selezione torna a essere un affare tra maschi. Non è una questione di preparazione, è un blocco di sistema.
Perché abbiamo paura?
La verità è che il sistema ha paura. Una donna che sa fare, che ha studiato, che ha metodo e che non ha bisogno di patti di sangue tra maschi per decidere una strategia, è una minaccia. È una minaccia per la mediocrità che oggi occupa i posti di comando. Siamo un paese che preferisce l'incapace col cravattino – che rassicura il suo simile – a una professionista capace che metterebbe in discussione tutto il sistema.
E non illudetevi che, salendo di livello, le cose cambino. Oltremodo non limitiamoci a guardare solo il nostro, dove l'attuale Presidente del Consiglio italiano è una biondina peperina, ma che Presidenti influenti a livello mondiale baciano e abbracciano come fosse una RealDoll, con ampio consenso popolare.
Guardate cosa succede nelle stanze dell'Europa che conta. Von der Leyen, Lagarde: le vediamo lì, ai vertici della Commissione UE o della BCE, e il sistema ci urla che abbiamo raggiunto la parità. Non prendiamoci in giro: quelle cariche femminili sono spesso il frutto di un'imposizione etica orchestrata da un sistema parlamentare e politico che è, nei fatti, ancora prettamente maschile.
Servono a non far cadere l'occhio dell'opinione pubblica europea su quello che succede davvero nelle retrovie: il mantenimento dello status quo. È un'operazione di marketing politico, una vetrina luccicante che serve a far apparire il sistema "sano", rispettoso del genere, morale e inclusivo. Valori che, dietro quelle porte chiuse, ritengo oggettivamente inesistenti. Mettere una donna al vertice quando il sistema marcisce alla base è solo il modo più raffinato per continuare a fare le stesse cose di sempre. È un contentino, una manovra difensiva per blindare il potere di pochi, maschi, che usano la "quota rosa" come uno scudo umano per non farsi toccare.
Finché continueremo a gestire il potere come una tribù dove conta chi urla più forte o chi ha la rete di conoscenze più "protetta", resteremo al palo. Non è una questione di gentilezza o di quote: è una questione di onestà intellettuale. Se avessimo il coraggio di mettere le persone giuste al posto giusto – e oggi, statistiche alla mano, quelle persone spesso sono di sesso femminile – l'Italia smetterebbe di essere il fanalino di coda dell'innovazione europea.
Ma forse, in fondo, abbiamo troppa paura di dover ammettere che, senza le femmine al comando (quelle vere, non quelle messe lì per facciata), siamo solo maschi che giocano a fare i grandi in un ufficio che sta andando a rotoli.


