Ci sono artisti che chiedono di essere osservati da lontano, con quel distacco reverenziale che spesso finisce per trasformare l'opera in un oggetto freddo, inarrivabile. E poi c’era Guido Dettoni Della Grazia. Con lui, il rapporto era l’opposto: Guido non ti chiedeva di guardare, ti chiedeva di "vedere con le mani".
Oggi, con la sua scomparsa, il mondo dell'arte perde un uomo che aveva capito una verità fondamentale: la bellezza passa attraverso il contatto, l’abbraccio, la materia che si lascia plasmare e comprendere.
Il peso dell'anima nelle mani
Ricordo ancora nitidamente la prima volta che ho tenuto tra le mani la sua Maria, una delle sue opere più iconiche. Quell'opera è un miracolo di sintesi: a seconda dell'inclinazione che le dai, si trasforma. È la Vergine inginocchiata, è l'attesa del bambino, è la maternità appena nata, è il gesto quotidiano di chi porta la brocca d'acqua e, infine, è la colomba della Pace.
Al tatto, quella figura si presentava liscia e sacrale, energizzante ed emozionante allo stesso tempo. Era una forma fragile, eppure così densa di materia che, tenendola tra le palmi, sentivi che non pesava solo sulla pelle: pesava nell'anima.
È stato un atto sovversivo, in un mondo che santifica solo l’estetica della vetrina. Guido riportava l'arte al corpo, a quell'istinto primordiale che ci spinge a toccare ciò che amiamo per accertarci che esista davvero. Dalla grazia di Maria fino alla recente mostra "Cantico delle Creature" al Monte Frumentario, la sua ricerca è sempre stata la stessa: trasformare un concetto in esperienza multisensoriale, rendendo la spiritualità qualcosa che si può percepire sulla pelle.
Il Maestro che "ascoltava" il mondo
Ma Guido non era solo un virtuoso delle forme; era un acuto osservatore della realtà. La sua maestria non si fermava al marmo o alla materia; arrivava dritta al cuore di chi collaborava con lui.
Guido rientra tra quelle persone che hanno lasciato un segno indelebile nel mio percorso, firmando con la sua sensibilità le pagine del mio libretto Ars et Nexus. Rileggendo le sue parole oggi, capisco che non si limitava a giudicare il mio lavoro: stava osservando il modo in cui mi approcciavo alla vita.
Scriveva di me, ma nel farlo svelava la sua stessa grandezza:
"È importante mettere l'accento sulla tua capacità di immedesimarti nell'altro, il tuo interlocutore, interpretare e capire le sue necessità e obiettivi, e anche quella di saper ascoltare."
Quelle parole — che oggi custodisco come un testamento — spiegano meglio di qualsiasi biografia chi fosse Guido. Quando parlava di "capacità di immedesimarsi nell'altro", parlava di ciò che lui faceva ogni giorno con le sue opere. Per Guido, collaborare non era un esercizio tecnico, ma un "episodio di progresso", come amava definirlo. Mi spingeva verso una "costante ricerca di miglioramento in tutte le aree della comunicazione visiva", sempre "sensibile e ricettivo allo spirito dei tempi".
Il viaggio della Colomba
Grazie, Guido. Grazie per avermi insegnato che la vera arte — e la vera professionalità — nascono dalla stessa radice: la capacità di ascoltare.
Perdo un Maestro, ma conservo il privilegio di aver toccato con mano la tua visione. Oggi, in questo tuo nuovo e lungo viaggio, mi piace pensare che sia proprio quella forma che ho tenuto tra le mani a guidarti: la Colomba della Pace. Continuerò a cercare quel "progresso" di cui parlavi, sapendo che il tuo sguardo, attento e gentile, sarà sempre presente in ogni forma che riuscirò a dare alle mie idee. Il "Cantico" che abbiamo allestito insieme non finisce qui; continua nel modo in cui cercherò di interpretare il mondo, proprio come mi hai insegnato tu.


