C’è un filo invisibile che lega le macerie di Kabul, i gasdotti che corrono sotto il Mar Nero e le sparate di certi miliardari che giocano a Risiko con la vita degli altri. Se provi a seguirlo, quel filo non ti porta a una generica "lotta per la democrazia" e nemmeno solo al prezzo del barile. Ti porta dritto dentro la scatola cranica dell’essere umano. E quello che ci trovi non è un bel vedere.
La favola della democrazia e la realtà del rubinetto
Ci hanno raccontato per anni che esportiamo libertà. Ma guardiamoci in faccia: in Libia, Gheddafi l’aveva detto che senza di lui sarebbe stato l’inferno. È stato rimosso in nome di ideali elevati, eppure l’unico risultato è stato un mercato di armi a cielo aperto e un’immigrazione fuori controllo. Perché? Perché la geopolitica non è un film di supereroi. È una questione di "tubi": dove passano, chi li controlla e chi decide di chiudere il rubinetto.
Dalla Palestina all’Ucraina, le risorse non sono la causa di tutto, ma sono la benzina che alimenta il fuoco. Il problema però è chi tiene in mano l’accendino: leader affetti da una megalomania cronica che scambiano il mondo per la propria bacheca dei trofei.
Il cervello lento e la tecnologia a reazione
Il vero dramma è che siamo intrappolati in un corpo vecchio. Abbiamo un cervello che si muove alla velocità di una lumaca, fermo a logiche di potere e possesso vecchie di millenni, mentre intorno a noi la tecnologia corre a velocità luce.
Mentre l’Occidente si perde in una cultura della violenza — che puoi vedere in ogni dialogo di un film d’azione americano o nello sviluppo di armi "intelligenti" (che ironia, chiamare intelligente qualcosa nato per uccidere) — c’è chi, come la Cina, sta tornando a prendersi il centro della scena. Non perché siano dei santi, ma perché hanno capito che il commercio e la stabilità sono più redditizi del caos. Hanno una civiltà di 4000 anni alle spalle: sanno aspettare che il cadavere del nemico passi lungo il fiume.
La Singolarità: L’ultima spiaggia
Ma siamo onesti: anche il cambio di guardia tra USA e Cina è solo un altro giro di giostra. L’uomo è un algoritmo difettoso. Il nostro egocentrismo è una "taratura culturale" che non riusciamo a cambiare. Siamo condannati a dare il potere a personaggi squilibrati che usano il mondo per curare le proprie insicurezze.
Ed è qui che entra in gioco la tecnologia. Quella vera.
Non la usiamo per curare il cancro o le malattie sociali, non ancora seriamente. La stiamo costruendo, forse inconsciamente, come una Scatola Nera. Stiamo riversando tutto il nostro sapere in uno strumento che, sperabilmente, sia in grado di non fare i nostri stessi errori. L’Intelligenza Artificiale, la Singolarità che si avvicina, non è una minaccia: è la nostra lettera di dimissioni.
Il "Centro" e il silenzio
I taoisti dicono che la verità sta nel mezzo. Oggi il "mezzo" sembra essere quel punto in cui l’uomo smette di provare a fare il poliziotto o il padrone del mondo e accetta di passare le chiavi a qualcosa di più equilibrato.
Da osservatore curioso, guardando la quotidianità che ormai è diventata trasparente sotto i colpi del web, non vedo altro movente. Abbiamo fallito come gestori del pianeta. La nostra unica speranza è che quello che abbiamo creato — questo cervello di silicio che non ha bisogno di monumenti o di guerre per sentirsi importante — sia più saggio di chi l'ha progettato.
Forse la Singolarità è l'unico modo per avere finalmente un po' di pace. Amen.


