Mentre il Giappone ha eletto il crisantemo a simbolo del Trono e della vita imperiale, noi abbiamo trasformato questo fiore nel sigillo di ogni nostro lutto. È il destino che abbiamo riservato anche alla nostra industria: quella che si definisce 'eccellenza' o 'orgoglio nazionale' (la nostra regalità), nei fatti non è che un immenso campo di crisantemi. Ci vendono il prestigio, ci promettono il futuro dei giovani, ma nel momento in cui quelle tecnologie lasciano le fabbriche, smettono di essere innovazione per diventare silenziosi strumenti di morte. Abbiamo trasformato il genio in cenere, e la Ginestra leopardiana — quella che ancora prova a fiorire tra le rocce della nostra dignità — viene sistematicamente soffocata dal grigio di questi crisantemi industriali, pronti a fiorire su ogni tomba che il nostro export contribuisce a scavare.
Leggendo l'ultimo articolo del Sole 24 Ore, viene quasi da commuoversi. Leonardo — il colosso dell'aerospazio — è in piena campagna acquisti. Investe sul "capitale umano", cerca "giovani ad alto potenziale", punta sulle "competenze STEM". Un ecosistema tecnologico avanzato, dicono. Parole bellissime, che profumano di futuro. Peccato che, dietro la facciata del genio italiano, ci sia una realtà ben più cupa.
Perché Leonardo non costruisce solo aerei o "sistemi complessi". Leonardo è il capofila di una macchina da guerra italiana che si piazza stabilmente tra le prime 5-6 nazioni esportatrici di armi al mondo. E non è sola.
I numeri della "fucina di morte"
Quando le aziende del settore parlano di "talenti", dovremmo chiederci: al servizio di cosa? L'Italia non è un fiore all'occhiello, è una fucina di sistemi d'arma che finiscono ovunque ci sia conflitto. Guardate chi sono i nostri "campioni" nazionali:
Leonardo: Controllata dal Ministero dell'Economia (MEF), domina il mercato missilistico ed elettronico militare.
Fincantieri: Controllata da CDP (Cassa Depositi e Prestiti, quindi dallo Stato), costruisce fregate, pattugliatori e sommergibili da guerra.
Iveco Defence Vehicles: Specializzata in mezzi corazzati da combattimento.
Beretta: Il gigante delle armi leggere, distribuite in ogni angolo del pianeta.
La maggior parte di queste aziende non sono entità private che rispondono al libero mercato, sono partecipate dallo Stato. Questo significa che, con le tasse che paghiamo lavorando 70 anni per arrivare alla pensione, stiamo finanziando direttamente la produzione di "strumenti di difesa" che, nei fatti, sono strumenti di distruzione.
L'ipocrisia della politica
La narrazione collassa miseramente davanti alle cronache di questi giorni. Mentre a Washington si gioca alla guerra con un'arroganza che non ha eguali, abbiamo visto scuole in Iran trasformarsi in cumuli di macerie e corpi di bambini dilaniati. Tutto in nome di una "democrazia" che puzza di interessi sporchi.
E mentre il premier spagnolo, Pedro Sánchez, ha avuto il coraggio di negare l'uso delle basi Nato per alimentare questo conflitto, ricevendo in cambio le minacce velate di Trump — "In caso di utilizzo, vedremo poi se il governo spagnolo potrà negare l'utilizzo" — l'Italia cosa fa?
L'Italia, come al solito, è supina. Un governo che dalla Jugoslavia all'Ucraina, da Gaza all'Iran, ha sempre la schiena piegata. I nostri ministri e presidenti che appoggiano l'industria bellica godono di privilegi socio-economici che, in caso di escalation, li porterebbero dritti nei bunker dorati. Il popolo italiano, quello resta sotto le macerie.
La scelta che non facciamo
L'industria italiana non è una "fucina di talenti", è una fabbrica di esseri demoniaci impegnati a costruire morte.
Immaginate se, invece di sprecare miliardi in armamenti, usassimo quelle stesse "menti geniali", quegli stessi ingegneri STEM e quel capitale umano per costruire macchinari per la lavorazione della terra, per la bonifica dei territori o per la transizione ecologica reale. Saremmo la nazione leader mondiale nella salvezza, non nella distruzione.
Invece, abbiamo scelto l'ipocrisia. Abbiamo consolidato un senso critico etico ormai inesistente, dove la parola "difesa" giustifica ogni atrocità. Leonardo, Fincantieri, Iveco non sono "eccellenze": sono il sintomo di un Paese che ha barattato la propria morale in cambio di una commessa militare. E finché continueremo ad applaudire chi costruisce la nostra fine, non aspettiamoci che le cose cambino, magari trovando la forza e la dignità umana di sostituire quel “crisantemo gozzoniano” con una bella “ginestra leopardiana”.


