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LA TRAIETTORIA CALANTE

2026-02-19 17:33

Max Petrignani

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LA TRAIETTORIA CALANTE

Quando il Teatro si fa carne e memoria.

Ci sono serate in cui entri a teatro convinto di assistere a una finzione che ti risollevi e alleggerisca dalla valanga di pensieri quotidiani e ne esci con i capelli impolverati e dei calcinacci attaccati addosso, un pugno nello stomaco che ti riporta alla realtà più cruda. È quello che mi è successo ieri sera, 19 febbraio, al Teatro Excelsior di Bettona guardando Pietro Giannini, un artista classe 2000, portare in scena il suo monologo: "La Traiettoria Calante".

Nell'Archivio delle Storie cerco spesso il nesso tra generazioni. Pietro, che nel 2018 aveva solo diciotto anni (due anni in più di mia figlia), oggi ne ha ventisei e ha trovato il coraggio di argomentare una ferita collettiva con una maturità espressiva e una lucidità interiore che scuote le coscienze.

 

L'Etica della Lentezza e l'Artigianato del Teatro

Nell'intervista rilasciata a Letizia Chiarlone su TeatroeCritica, che vi invito a leggere, Pietro esprime una visione che sento profondamente mia: la necessità della lentezza. In un mondo che consuma tutto in pochi secondi, lui rivendica il tempo dell'acquisizione, della sedimentazione.

Per Giannini, creare una storia è un processo quasi artigianale. Non si tratta solo di recitare, ma di "costruire" il nesso tra l'attore e la vicenda. Parla di un'etica del lavoro che passa per la creazione di reti, affinché il teatro non sia un'isola per pochi, ma un luogo di comunità, accessibile e necessario. È quel "fare bene le cose" che sta alla base di ogni bottega, anche quella della parola.

 

Il Rombo del Destino

Non voglio svelarvi i dettagli della messa in scena. La Traiettoria Calante deve restare un'esperienza da vivere nel silenzio della sala. Posso dirvi, però, che Pietro non cerca il documentario, ma la verità emotiva. Usa la parola come un materiale da costruzione, solido e pericoloso allo stesso tempo.

C'è un momento, verso la fine, che squarcia il velo tra spettatore e tragedia. Un suono potente, un rombo sordo e ancestrale che avvolge l'intera sala. In quel momento, le pareti del teatro sembrano sparire. Ti ritrovi proiettato, quasi virtualmente, sotto quel gigante di cemento che ha smesso di reggere. È un intreccio brutale tra chi guarda e chi ha vissuto quell'istante.

 

La Visione di un "Nativo" della Memoria

Sentir parlare un giovane del 2000 di "etica della responsabilità" fa sperare. Pietro ha saputo guardare dentro la "traiettoria" di una città, Genova, e di un Paese intero. Ha preso i frammenti di un crollo e li ha ricomposti con la pazienza di un restauratore di anime.

Dimostra che la tecnologia della narrazione non ha bisogno di effetti speciali se possiede una direzione etica chiara. Distrattamente non mi sono lasciato delle lacrime scivolare addosso solo perché davanti avevo un giovane che mi ha fatto vedere una luce, un bagliore accecante che non lascia spazio alle lacrime, già troppo versate su quell'argomento e ti sbatte in faccia una verità disarmante. Cercatelo, trovatelo nei teatri, 'sto ragazzo col suo strepitoso monologo e lasciatevi colpire da quel pugno nello stomaco. Ne uscirete più pesanti, forse, ma certamente più integri.