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CAPITOLO 3

TRA L'ANALOGICO E IL DIGITALE

Non accettai di entrare in quella società; ero giovane e il mio lato personale e imprenditoriale non era ancora sviluppato. Tornai ai miei dubbi su “E ora, che fare?”. Arrivai ad ottenere un posto da bidello in una scuola; rifiutai pure quello. Ora se ci fosse stato a quel tempo Checco Zalone del film “Quo vado” mi incendierebbe con un solo sguardo e mi direbbe: “Ma è del mestiere, questo?”. Rifiutare il posto fisso è da coraggiosi, io lo feci perché me la facevo sotto, annichilito dalla confusione mentale del periodo post-adolescente e pre-adulto e dal sentirmi costantemente inadatto a qualsiasi mansione lavorativa, non conoscendo ancora il potere sociale del “posto fisso”. Qualcos'altro mi chiamava. Provai di nuovo a riprendere gli studi di ragioneria come privatista esterno, ma abbandonai di nuovo pochi mesi dopo; nel frattempo mi misi alla ricerca di qualche scuola privata che offriva corsi di informatica. La trovai nella scuola ICS Italia di Foligno, una società di servizi per la formazione professionale che, attraverso fondi regionali, offriva un corso di Operatore Tecnico al Computer, riconosciuto dalla Regione Umbria. Il corso era a numero chiuso con accesso limitato; feci il test di ammissione presso la splendida location del Centro Studi Villa Colombella di Perugia, uscendo primo candidato, come risultato ai test, su più di cento candidati. Per beffa del destino tornai tra i banchi della sala informatica dell'Istituto Vittorio Emanuele II di Perugia, che mi aveva visto fallire come studente, ma che mi rivedeva ora allievo del corso di Operatore Informatico. Ancora coincidenze, ancora incroci magici. Questa sala, messa a disposizione per l'occasione, era la più tecnologicamente avanzata del territorio, avendo a disposizione i primi IBM PS/2 70 di ultima generazione, processore 80386, un baluardo delle nuove tecnologie digitali a livello di personal computer. Uscii col massimo dei voti dal corso, mentre a casa mia lo ZX Spectrum (già ampliato a ben 48Kb con un kit di espansione) e i suoi programmi basic, vennero sostituiti con un fiammante pc 386 SX, stampante Epson a colori, scanner manuale, mouse verticale e programmi di disegno, insomma tutte le risorse per cominciare a fare grafica e programmazione come si deve. Ma l'Arte chiamava ancora, pulsava nelle vene e doveva sgorgarne fuori.
Presi tra le mani ancora attrezzi analogici come colori, gessi, matite decidendo di recidere quelle arterie e far fluire l'essenza che era al suo interno; cominciai a esercitare la professione di “madonnaro”; dovevo pur sopravvivere economicamente. Ovvero, non disegnavo proprio madonne in terra, quanto personaggi e figure pagane in aria, paesaggi, stemmi, marchi e loghi, all'interno di locali pressoché adibiti a vita giovane by night, la “movida”, senza che questo termine fosse ancora nato; muri di birrerie, pub, bar, ristoranti e discoteche del territorio assisiate e perugino, venivano decorati e personalizzati dalle mie mani e dalla mia creatività, unico strumento in grado di cominciare a formare quella massa informe che era la mia personalità. Ma la tecnologia per me non era ancora indirizzata in un ambito prettamente professionale quanto amatoriale, reclusa a casa e nel tempo libero. Mentre portavo avanti la mia opera di decoratore analogico un giorno, essendo impegnato con un arnese infernale che spruzzava sabbia molto fine sulla superficie di una grande vetrata di un pub, passò un signore alto, che si fermò affascinato da ciò che stavo facendo: incidere sul vetro, sabbiando, la silhouette di un personaggio scozzese, con tanto di kilt e cornamusa indosso. Era Claudio, uno dei soci fondatori di una piccola azienda artigiana, nata poco più di due anni prima, . Asterisco Pubblicità “Ma tu sai fare queste cose?” - mi chiese. “No, ma ci sto provando”, risposi. Il lavoro riuscì perfettamente. “Sai utilizzare i computer?” - continuò - “Me la cavicchio” - risposi incuriosito. “Ti aspetto nella zona industriale di Bastia, stiamo cercando qualcuno che sia in grado di fare determinati lavori artistici, utilizzare un computer, un grafico pubblicitario, insomma” - disse lui - “Ok” - risposi sentendo le mie guance tirare dal sorriso, tanto era smagliante. Finalmente l'Universo mi aveva ascoltato e cominciato a svelarmi il significato di quella misteriosa professione che il personaggio al quiz di Bongiorno mi aveva fatto, a suo tempo, conoscere. In Asterisco Pubblicità coltellini da aeromodellista e pellicole in pvc adesivo furono la seconda cosa che presi in mano dopo la scopa per pulire il laboratorio, ma la strada, per me, sembrava quella giusta. Grafiche e strumenti per realizzare cartelli, striscioni, adesivi, vetrofanie erano rigorosamente analogici, del tipo lucidi dove disegnare con i pennarelli, un ingranditore luminoso con il quale proiettare l'immagine del lucido sulla superficie del muro del laboratorio coperto di carta adesiva, pennarelli, pvc spalmato o pezzi di pvc adesivo colorato, dove le sagome, le lettere e le figure grafiche venivano ritagliate rigorosamente con i coltellini, utilizzati a mò di bisturi chirurgico. L'abilità stava nel tagliare solo quei micron di pvc adesivo senza incidere la carta siliconata che faceva da supporto, altrimenti le sagome non sarebbero state utilizzabili. In una stanza buia risiedevano, invece, centinaia di barattoli di colorata vernice vinilica e un tavolo talmente tanto imbrattato da sembrare una tela dipinta da Jackson Pollock (sala che in futuro sarebbe diventata una rigogliosa sala stampa digitale, main engine di Asterisco Pubblicità, dando il via alla mia mansione professionale per eccellenza). In un'ala del laboratorio prendeva posto un piccolo plotter da incisione, della larghezza di 60 centimetri, allacciato ad un PC, con su caricato MSDos in un floppy disk da 5”1/4, che con un fracasso infernale, riusciva a tagliare una ventina di font vettoriali che, con un semplice software, riuscivo a scalare, allargare, deformare, attraverso dei parametri matematici impostati su una casella a video; io ero preposto a tale compito, essendo quello più “esperto” di computer. In Asterisco Pubblicità passai dall'utilizzo delle mani e strumenti prettamente analogici all'utilizzo di periferiche di stampa digitale, ancora prima dell'avvento nel settore attuale e la mia collaborazione con essa continuò, prima come apprendistato e successivamente come freelance con partita IVA. Nel frattempo conobbi un giornalista del mio paese, ora caro amico, che mi reclutò, come impaginatore e grafico, per un progetto di una rivista mensile, in cui si scrivevano fatti e misfatti di vita cittadina. In quel periodo conobbi anche il (compianto) professor Gino Bulla (non so se abbia avuto mai la nomina di professore ma per me è e resterà tale per sempre), un eclettico attivista della Pro Civitate Cristiana di Assisi, scrittore, giornalista e fotografo professionista. Fu lui ad indirizzarmi alla professione di grafico, insegnandomi le regole di impaginazione per una rivista di livello, nonché la fotografia applicata all'editoria; un bagaglio culturale che mi sto portando ancora appresso, che rimarrà indelebile nella mia vita personale e nelle mie skills professionali. Iniziai così questa avventura come impaginatore e grafico per vari giornali e riviste.